Cristoforo Colombo per le Liberà  
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La Bussola


La lezione dei referendum

23/06/2011 - Dopo molti commenti a caldo, qualche riflessione "a mente fredda" sui risultati dei referendum di domenica e lunedì scorsi. Le indagini demoscopiche sui risultati referendari concordano nel dire che le risposte specifiche ai singoli quesiti sono state sovrastate da una generale spinta antipartitica, che ha colpito in primo luogo il Governo e la maggioranza. Questa spinta antipartitica ha indotto probabilmente anche molti moderati e liberali delusi (lo dimostrano le analisi sugli elettori di Pdl e Lega che si sono recati alle urne) a votare "si" anche ai quesiti meno "liberali". Sicché il risultato pratico dei referendum potrebbe avere conseguenze molto lontane dalla cultura "liberale".

Dai referendum sull'acqua emerge per esempio una cultura profondamente statalista, che fa coincidere la fornitura di servizi e beni pubblici essenziali con la gestione statale e pubblica delle imprese che li erogano. Con questa logica, visto che il pane è un bene essenziale almeno come l'acqua, bisognerebbe paradossalmente nazionalizzare le panetterie. Così come bisognerebbe nazionalizzare le scuole e le cliniche private, visto che anche l'istruzione e la salute sono beni pubblici essenziali. L'ideale storico di questa cultura è l'Unione sovietica, che a furia di statalizzare tutto é finita come sappiamo. La cultura liberale, anche nella sua versione eurosolidale di "economia sociale di mercato", ha da lungo tempo superato la rozza equiparazione tra fornitura e produzione dei servizi pubblici: anzi, proprio per garantire l'efficienza e ridurre i prezzi e gli sprechi, è bene che i servizi pubblici vengano prodotti in regime di concorrenza da soggetti pubblici, parapubblici e privati sotto il controllo di Autorità indipendenti che debbono assicurare la tutela del cittadino-consumatore. Proprio come prevedevano le norme sull'acqua che sono state abrogate. Così ci terremo gli acquedotti pubblici pieni di buchi e di amministratori politicizzati che, come si diceva del vecchio Acquedotto Pugliese "danno più da mangiare che da bere".

 
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Il referendum sul nucleare sembra liberarci da un incubo. Ma dovrebbe far riflettere il fatto che sinora solo due Paesi industrializzati hanno dichiarato di voler rinunciare al nucleare e fra diversi anni: la Germania nel 2022 e la Svizzera nel 2019. E questo vuol dire che i tedeschi potranno giovarsi dei bassi prezzi dell'energia atomica ancora per 11 anni e gli svizzeri per 8. Gli altri Grandi Paesi continueranno a produrre elettricità da nucleare, a partire dalla Francia, con le sue 40 centrali e dagli Stati Uniti che di centrali in funzione ne hanno 104. La conseguenza per noi, che nel 2011 pagheremo una bolletta energetica di 63 miliardi ai Paesi produttori di petrolio e gas, sarà un ulteriore calo di competitività, il che significherà minore crescita economia e maggiore difficoltà per creare posti di lavoro per i nostri giovani.

Resta da capire perché è accaduto tutto ciò. Un osservatore frettoloso potrebbe pensare a una comprensibile reazione popolare a una politica troppo liberale e rigorosa. In realtà, è esattamente il contrario. La maggioranza degli italiani ha detto no a una politica troppo poco liberale e sobria, che non è riuscita a far percepire i benefici di una politica autenticamente liberalizzatrice. All'inizio della legislatura avevamo avviato alcune iniziative sul fronte delle liberalizzazioni. Poi ci siamo un po' persi per strada. Dobbiamo riprendere il cammino. E dobbiamo farlo rapidamente, a partire dagli appuntamenti parlamentari dei prossimi giorni e dal Consiglio nazionale del Pdl del primo luglio.



                                                                                                                         Claudio Scajola