Oltre all'annosa questione delle Province, sulla cui cancellazione si registra ormai un fronte favorevole che è al tempo stesso largo e trasversale, ritengo che i tempi possano essere maturi per rivedere l'estensione e il numero delle regioni e il numero dei comuni, eccessivo rispetto ai tempi moderni e anche nel confronto con gli altri Paesi europei a forte tradizione municipale come la Germania dove dagli anni '70, a oggi siamo passati da oltre 24 mila municipi agli attuali 11.993, ovvero la metà; in Belgio le communes sono calate dalle 2739 del 1831 ai 589 odierni. In Italia è accaduto l'esatto opposto: nel 1861 erano 7720 e oggi sono 8092.
Ora è stato stabilito l'obbligo di esercizio associato delle funzioni fondamentali per i comuni con meno di cinquemila abitanti. Ciò dovrebbe portare a una riduzione dei costi per effetto delle economie di scala che si possono realizzare ed è senz'altro questa la strada da perseguire. Tuttavia il tempo che ci è dato è poco ed è giusto e doveroso utilizzarlo al meglio.
È necessario mettere mano prioritariamente a una riforma istituzionale e costituzionale che realizzi un'autentica "democrazia governante", sciogliendo quelle incrostazioni assembleariste che tanti danni hanno arrecato al Paese in questi ultimi lustri e lasciare alla prossima legislatura il compito di completare il buon lavoro che ancora può essere compiuto da questo Parlamento. Occorre dunque, in primo luogo, affrontare il tema dei poteri dell'esecutivo. Un governo che non può decidere non è un governo. E un Paese senza governo è irrimediabilmente in balia degli eventi, tanto più in un contesto globale che richiede scelte rapide e immediate.
E allora – nello spirito che ha portato alla nascita dell'attuale esecutivo e che sta guidando l'assunzione delle decisioni più importanti – dobbiamo lavorare ad una "riforma possibile". Le ipotesi di riforma costituzionale emerse in questi giorni mi appaiono interessanti e condivisibili. La democrazia italiana è anzitutto, merita ribadirlo, parlamentare, ed è solo dal contemporaneo rafforzamento di Parlamento ed Esecutivo che può essere pensata la nostra "riforma possibile".
Ciò significa rafforzare i poteri dell'Esecutivo contemperandoli con quelli del Parlamento, assicurando da un lato tempi certi nell'approvazione delle leggi proposte dal governo e dall'altro la possibilità per il presidente del Consiglio di scegliere e revocare i ministri. Ai tempi odierni non ha più senso il bicameralismo perfetto che caratterizza il potere legislativo, così come risulta esagerato l'attuale numero dei parlamentari: si tratta di due aspetti fra loro legati che incidono profondamente nella capacità del Parlamento di assumere decisioni tempestive e rispondenti ai bisogni di una società in costante mutamento.
Nel rapporto tra Parlamento ed Esecutivo occorre inoltre introdurre il principio della cosiddetta fiducia costruttiva: un governo cade solo se ce n'è un altro pronto a prenderne il posto in Parlamento. Non è più tempo di affrontare crisi al buio, piuttosto meglio il ricorso alle urne. Da molti anni anche i regolamenti parlamentari attendono di essere riformati per rendere più agevole l'iter di discussione approvazione delle leggi. In principio di legislatura sembrava che su questo vi fosse una convergenza tra parti politiche contrapposte, poi il tema è stato accantonato. Ebbene, una democrazia compiuta e moderna deve essere anzitutto efficiente: si deve procedere anche a una riforma dei regolamenti che attribuisca centralità alle commissioni, snellisca le procedure, conferisca più poteri di controllo e più autorevolezza ai parlamentari. Da questa situazione si esce non con la semplice e sola modifica della legge elettorale, dunque, ma con il cambiamento della Carta del '48. Si tratta, in ultima analisi, di adeguare la Costituzione formale a quella che il grande giurista Costantino Mortati chiamava "Costituzione materiale".
Dobbiamo quindi ripensare le nostre istituzioni avendo come stella polare il secondo comma dell'articolo 1 della Costituzione, che individua nel popolo il titolare della sovranità nazionale. Avvicinare il più possibile le istituzioni ai cittadini è un atto non più procrastinabile.
Claudio Scajola
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