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La Bussola


Pensioni, una riforma da ritoccare per il bene di tutti

31/10/2011

Nella foga di un dibattito di parte sulla riforma delle pensioni di anzianità si rischia di smarrire le ragioni profonde che militano a favore di un ulteriore ritocco al nostro sistema pensionistico, soprattutto in questa difficile fase di stagnazione dell'economia che richiede a tutti sacrifici. È bene allora richiamare alcune considerazioni che dovrebbero orientare le scelte dei decisori.

L'Italia è uno dei pochi paesi europei che nel corso degli ultimi venti anni ha profondamente riformato il suo sistema previdenziale per renderlo sostenibile e più equo nel lungo periodo. Si è stabilito in particolare di abbandonare il sistema a ripartizione, fonte di grandi squilibri tra i benefici goduti dal pensionato e i suoi oneri contributivi, e di riavvicinare il momento dell'abbandono del lavoro all'età in cui si ha effettivamente una significativa riduzione della capacità lavorativa. Non si può pertanto sostenere che il sistema abbisogna di una vera riforma perché il grosso è stato già realizzato. Piuttosto, vi è l'esigenza ancora di un ritocco, perché il passaggio al nuovo regime avverrà pienamente soltanto nel 2030, con un periodo di transizione decisamente lungo.

 

 
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Un periodo che appare oggi ancor più lungo alla luce della necessità che ha il Paese di ridurre la spesa pubblica e al tempo stesso di dedicare più risorse a impieghi produttivi in grado di elevare il suo potenziale di crescita. Si tratta in particolare di una spesa che attualmente grava sul bilancio pubblico nella misura di 244,6 miliardi di euro (15,5% del PIL) e che è destinata ancora ad ingrandirsi. Si stima che tutti gli impegni accumulati dallo Stato verso gli aventi diritto alla pensione ammontino per gli anni futuri a circa il doppio del PIL, un peso troppo gravoso, anche se confrontato con l'analogo rapporto in altri paesi (95% in Germania).

A generare questo macigno stanno non solo la generosità dei trattamenti, specialmente verso coloro che non hanno contribuito abbastanza, come i baby pensionati, ma il continuo invecchiamento della popolazione e, aspetto peraltro positivo, l'allungamento dell'aspettativa di vita. In altri termini, la schiera degli anziani si amplia e gode di miglior salute che nel passato.

Andare in pensione molto prima dei 65 o 67 anni, come avviene mediamente oggi, pone tuttavia gravi problemi alla società. Innanzitutto, priva il Paese di una parte del suo capitale umano, che è in grado ancora di concorrere a creare ricchezza in quanto dispone di una buona capacità lavorativa ed esperienza. Pesa poi sui lavoratori, soprattutto le giovani leve, ed incide negativamente sulla competitività e sugli investimenti, perché appesantisce il costo del lavoro e sottrae risorse all'accumulazione della base produttiva del Paese.

Sono quindi sia ragioni di equità nella distribuzione del reddito tra padri e figli, ovvero tra generazioni, sia ragioni di rilancio della crescita indirizzando maggiori risorse pubbliche e private verso competitività ed investimenti che devono indurre tutte le parti a dare un ultimo ritocco alla riforma pensionistica, accorciando notevolmente i tempi per l'innalzamento dell'età di pensione. Un ritocco che tuttavia deve far parte integrante di un programma più ampio, che incentivi il lavoro per gli ultracinquantenni e gli stessi pensionati attuali ed offra più supporto alle lavoratrici nel rispondere alle esigenze familiari.

Naturalmente, in una società libera va data a tutti la libertà di scegliere quando abbandonare il lavoro, ma in quel caso la pensione andrebbe rigorosamente commisurata per tutto l'arco del pensionamento all'entità dei contributi versati dal lavoratore al sistema.

 

 

                                                                                           Claudio Scajola