Cristoforo Colombo per le Liberà  
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La Bussola


«A Beirut con Gemayel per un Libano libero e pacifico»

27/01/2012


Pubblichiamo il testo dell'intervento di Claudio Scajola al convegno sulla Primavera araba organizzato a Beirut con la partecipazione di esponenti dell'Internazionale democratico cristiana e del Partito popolare europeo.

Un ringraziamento sentito al presidente Gemayel e agli amici libanesi per aver organizzato a Beirut questo convegno su temi rilevanti in un momento così delicato della vicenda regionale. Basterebbe questo a dimostrare il valore aggiunto del Libano nell'area medio orientale. Da tutti in Italia il Libano è percepito come laboratorio di un Medio Oriente possibile, a cui tendere, fatto di coesistenza, ancoraggio a un sistema costituzionale di stampo europeo, con un libero dibattito della società civile e con un processo di alternanza politica senza violenza ove non condizionato da fattori esterni.

Noi tutti conosciamo il periodo drammatico che avete vissuto nel quindicennio 1975-1990 e nessuno vuole che tali tristi pagine della storia debbano ripetersi. Per questo ringrazio ancora il presidente Gemayel che nella sua vita tanto si è battuto per un Libano aperto al mondo e padrone del proprio destino. Siamo stati chiamati a parlare, come dice il titolo di questo nostro panel, di primavera araba e quindi di prospettive future, di sfide democratiche.

 

 
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La prima osservazione che desidero portare alla vostra attenzione è questa: i rivolgimenti in corso ormai da più di un anno nel mondo arabo hanno ad oggi messo in crisi soprattutto regimi fondati principalmente sull'apparato militare e caratterizzati da una visione non confessionale dello Stato. Parlare però di Primavera araba senza riconoscere diverse sfumature sarebbe sbagliato e fuorviante.

Notiamo innanzitutto che il desiderio di libertà della gioventù araba non ha portato a soluzioni univoche: accanto a incoraggianti prove elettorali svoltesi pacificamente come in Tunisia, emergono sfide molto impegnative e dall'esito incerto come in Libia o di tentato avvio di una fase nuova e più democratica come in Egitto o, ancora, il prolungamento di condizioni di crisi in Yemen e l'escalation verificatasi in Siria con drammatiche perdite di vite umane e il mancato rispetto dei diritti fondamentali dell'individuo.

Mi riferisco alla Siria ben sapendo come questo Stato giochi da sempre in Libano un ruolo importante che suscita nella popolazione libanese sentimenti diversi e in molti casi opposti fra loro.
Ritornando quindi alla primavera araba, direi che si tratta di uno scenario ancora in divenire, dagli esiti non scontati, capace di toccare il cuore degli equilibri in Medio Oriente e di avere potenziali ricadute anche sul futuro del processo di pace israelo-palestinese e dei rapporti complessivi tra Israele e il resto del mondo arabo.

Il convincimento largamente condiviso nel mio Paese e in Europa e, ne sono certo, anche dalla maggioranza dei libanesi è che il disagio e le speranze che stanno alla base di ciò che chiamiamo primavera araba non devono essere sottovalutati e che spetta proprio all'Europa e alle nazioni che al suo interno giocano un ruolo di primo piano – e l'Italia è fra queste – sostenere le dinamiche di democratizzazione e di apertura al mondo dei popoli che hanno dato vita a vere rivoluzioni sociali nei loro rispettivi Paesi. Sono dinamiche inserite all'interno di un quadro complesso e articolato, come quello che ho cercato di descrivere, del quale sarebbe però pericoloso dare per scontato in ogni singolo caso uno sbocco positivo e necessariamente compatibile con i nostri valori. Notiamo infatti che il desiderio di libertà e di condizioni di vita migliori che ha costituito tanta parte nella nascita dei movimenti di massa che hanno poi portato alla caduta di un certo numero di regimi illiberali, nel mondo arabo ha visto anche la crescita evidente di peso politico e sociale di movimenti espressione di una visione dello Stato spesso intollerante, anche per quanto riguarda la tutela delle confessioni religiose minoritarie. Proprio la tutela delle confessioni minoritarie dovrà rappresentare invece uno dei parametri chiave per valutare alla fine lo sbocco più o meno positivo della primavera araba e, al tempo stesso, uno dei principali obiettivi cui deve a nostro avviso essere rivolta l'azione politica dell'Unione europea e della comunità internazionale nella nostra regione. Non penso in conclusione – e lo ripeto – che quello che chiamiamo primavera araba sia fenomeno destinato a trasformarsi in risultati identici in tutta la regione medio orientale: vale a dire il rafforzamento della democrazia, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti fondamentali a partire da quelli delle donne e delle minoranze.

Noi però dobbiamo, con voi, continuare a lavorare perché le dinamiche positive prevalgano alla fine su quelle di segno diverso. Si tratterà anche di vedere come si comporteranno ora le nuove classi dirigenti in taluni casi espressione di un islamismo militante che innegabilmente riflette gli orientamenti di larga parte di quelle popolazioni. Tali classi dirigenti dovranno confrontarsi con la gestione quotidiana del potere e il bisogno di rispondere concretamente agli elettori che a loro hanno dato fiducia. Tale confronto con le problematiche della gestione quotidiana del potere potrebbe indurle, almeno in parte, ad adottare atteggiamenti più pragmatici e dunque meno ideologici di quelli professati in campagna elettorale.

Non è detto quindi che trovi conferma il timore manifestato da alcuni per una possibile deriva islamista di Paesi sino ad epoca recente certo governati da regimi autoritari ma sostanzialmente laici.

Quello che è certo è che noi tutti dobbiamo lavorare perché la regione medio orientale possa, da sola, trovare un proprio punto di equilibrio nel rispetto delle proprie specificità religiose e culturali. L'Europa può e deve fare la sua parte. È essenziale assistere gli Stati della regione medio orientale. Come è noto l'Italia, oltre ad aver messo in campo una forte azione nei diversi Paesi a livello bilaterale anche di sostegno finanziario, appoggia con convinzione il Partenariato di Deauville promosso dal G8. Il mio Paese sostiene la crescita del dialogo euro mediterraneo, nel pieno rispetto della ownership nazionale e l'avvio di progetti concreti di cooperazione triangolare, in particolare nei settori della sicurezza e della collaborazione economica che facilitino l'integrazione tra gli Stati dell'Africa del Nord con i principali partner regionali e internazionali. Abbiamo inoltre promosso l'avvio di un programma "Erasmus" per il Mediterraneo, che possa facilitare la cooperazione tra università e la mobilità studentesca nell'area. Anche su questo terreno – grazie al vostro sviluppato sistema universitario – il Libano è un modello da seguire e deve restarlo. Il mio intervento sarebbe carente e non in linea con lo stimolante titolo di questo incontro se non pronunciassi alcune parole su come noi vediamo il ruolo del Libano in questa fase così travagliata e ricca di sfide e speranze per il Medio Oriente.
C'è una cosa in cui credo e so condivisa fortemente anche dal presidente Gemayel: la sicurezza del vostro Paese – per noi tutti importante, trattandosi della più antica democrazia araba multiconfessionale – potrà essere assicurata soprattutto da una sua messa al riparo da tensioni di varia natura che da decenni attraversano la vostra regione. In sostanza credo che il Libano possa e debba restare – come seppe definirlo con straordinaria incisività Sua Santità Papa Giovanni Paolo II – un "Paese messaggio" per il Medio Oriente e per il mondo. Il Libano è Paese messaggio per la sua plurisecolare storia di convivenza tra fedi e culture diverse e per la sua collocazione geografica di ponte tra Europa e Oriente.

Con ciò intendo sottolineare un dato prezioso: la consacrazione anche a livello costituzionale della parità islamo cristiana che fa del vostro Paese un caso unico nella regione. È un tesoro da difendere e voi vi adoperate per farlo nell'interesse del dialogo e del rispetto interconfessionale in tutta l'area. La forte e plurisecolare presenza cristiana in Libano, sia a livello politico che a livello istituzionale, è una testimonianza vivente del fatto che la pluralità di confessioni nell'area medio orientale non deve necessariamente trasformarsi in scontro tra religioni. Deve invece rappresentare, come ho detto, l'esempio di un Medio Oriente possibile. Un Libano messo al riparo dalle tensioni regionali (certo si può a lungo discutere e ragionare su come meglio assicurare tale messa a riparo), da quelle che un vostro grande intellettuale come Ghassan Tuéni ha definito "la guerra degli altri – la guerre des autres".

È qualcosa che non vogliamo più vedere. La nostra presenza qui con gli altri amici dell'Internazionale democratico cristiana e del partito popolare europeo dimostra che il Libano che vogliamo vedere consolidato è invece il Libano della neutralità positiva, in grado di contribuire ancora una volta col proprio modello istituzionale e con la propria vivace e diversificata società civile alla rinascita culturale dell'intero Medio Oriente. Ciò può avvenire, presidente Gemayel, solo e soltanto se il Libano sarà sottratto una volta per tutte alle interferenze esterne, se cioè sarà padrone del proprio destino.

Il Libano, Paese fondatore delle Nazioni Unite, e che contribuì con il vostro Charles Habib Malik alla stesura della dichiarazione dei diritti fondamentali potrà così sempre più rappresentare per l'intera regione un vero e proprio "spazio universale pacifico", nel rispetto di regole condivise che escludano in ogni caso il ricorso alla forza e alle armi per imporre le proprie ragioni.

Certo non ci sfugge come la grande maggioranza dei libanesi che si riconoscono in questa visione siano ancora oggi chiamati a confrontarsi con sfide difficili e a fare fronte a condizionamenti che hanno origine fuori del Libano. L'Italia vuole aiutarvi a mantenere la vostra identità e autonoma capacità di scelta. Un generale italiano si accinge nuovamente a riprendere la guida di Unifil. Una complessa azione di pace che Unifil è chiamata ad assolvere. Tutti conoscete quale sia il rilievo che noi italiani assegniamo alle Nazioni Unite e alla completa attuazione di tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite che riguardano il Libano. Continueremo ad agire nel solco della strategia internazionale della Repubblica italiana, secondo la quale le Nazioni Unite sono e devono essere la stella polare della nostra politica estera e fonte primaria della legalità internazionale. So che questa visione del mondo, questi valori sono anche i vostri ed è con questo spirito di forte sostegno al Libano democratico, multiconfessionale, che rifiuta la violenza e con un sincero sentimento di amicizia nei confronti del popolo libanese che voglio rendere omaggio a questa platea, vi ringrazio.


 

                                                                                           Claudio Scajola