Per questo è giunto il momento di avviare una seria azione di rilancio dello sviluppo, utilizzando tutte le risorse disponibili, che non sono poche. Intanto bisogna ricordare che l'Italia, nonostante lo tsunami finanziario, ha un'economia produttiva solida. Siamo il secondo Paese manifatturiero europeo dopo la Germania e continuiamo a farci onore sui mercati mondiali: nel primo semestre del 2011 le nostre esportazioni sono aumentate del 17%, più di quelle tedesche. Inoltre, le famiglie italiane sono ancora ricche: il loro patrimonio netto è di 8.700 miliardi (più di quattro volte il debito pubblico).
E' vero che le imprese, soprattutto le piccole imprese, sono sottocapitalizzate e molto indebitate (il capitale proprio è pari al 12% dell'attivo, contro il 30% delle imprese francesi e il 34% di quelle tedesche), ma tutte le indagini dicono che le famiglie degli imprenditori sono ricche, solo che preferiscono mettere i soldi in immobili e investimenti finanziari, anziché nell'impresa.
Dunque una maggiore crescita è possibile, nonostante tutto. Il Ministro Tremonti ha annunciato un "tagliando per la crescita". E' importante che questo "tagliando" affronti rapidamente tutti i nodi che frenano lo sviluppo. Bisogna in primo luogo capitalizzare le imprese, incentivando gli imprenditori a mettere i loro soldi nell'azienda. Poi occorre accelerare le aggregazioni e le "reti d'impresa" per favorire l'innovazione e l'internazionalizzazione.
E poi occorre varare al più presto una riforma fiscale centrata sullosviluppo: dunque meno tasse sul lavoro e sull'impresa e più tasse sui patrimoni "inerti" (per esempio le case vuote) e sulle rendite. Solo così riusciremo a rilanciare i consumi interni, perché non possiamo puntare solo sull'export. E infine occorre rilanciare le privatizzazioni e le liberalizzazioni, soprattutto a livello locale, utilizzando i proventi della cessione di aziende pubbliche per rilanciare le infrastrutture e le opere pubbliche.
L'Italia resta un grande Paese, una grande economia produttiva. Non possiamo rassegnarci al declino.
Claudio Scajola
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