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La Bussola


Alcune considerazioni sospese tra Roma e Pechino

27/09/2011

Cina ed Italia, due paesi che sono oggi al tempo stesso vicini per il grande passato e distanti per l'evoluzione economica. Nello scorso decennio le loro economie hanno addirittura seguito traiettorie sotto molti versi simmetriche. L'economia cinese ha marciato a ritmi impressionanti, attorno al 10% di crescita in media anno dopo anno, con un avanzo di bilancia corrente con l'estero che soltanto lo scorso anno è sceso al 5% del PIL. In contrasto, l'economia italiana ha vissuto un decennio di sostanziale stagnazione, con un modello di crescita sostanzialmente inceppato, un fardello di debito pubblico sempre più pesante e un deficit corrente che ha raggiunto il 4% del PIL.

Guardando invece al futuro, le traiettorie dei due paesi possono convergere su un percorso di reciproca convenienza, fondato su una più intensa collaborazione e complementarità economica, ma a condizione di soddisfare le attese dell'uno e dell'altro. Sotto questo profilo i recenti contatti tra le due amministrazioni finanziarie possono ingenerare false aspettative, se si ritiene che la Cina possa sostituirsi al mercato per acquistare una consistente quota del debito italiano che ha attualmente difficoltà a essere piazzato a costi sostenibili.


 

 
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Benché il paese asiatico sia continuamente alla ricerca di impieghi convenienti per l'enorme ammontare di riserve internazionali accumulate (circa $3400 miliardi in persistente aumento), il sostegno cinese al debito italiano appare poco probabile sia per l'importo in gioco (€200 miliardi da rifinanziare entro il 2012), sia per l'insuccesso di operazioni similari condotte lo scorso anno per altri paesi dell'euro, sia soprattutto per le contropartite commerciali che sono state enunciate.

In particolare, non è la logica degli impieghi finanziari che guida i dirigenti cinesi nelle scelte sulle riserve, ma il disegno di fare tornare il paese al ruolo di prima potenza economica mondiale che aveva fino al diciannovesimo secolo. Quello che conta pertanto è l'espansione dell'economia reale attraverso la penetrazione in mercati ed economie esteri, il controllo di fonti di materie prime nel mondo e l'importazione di tecnologie e "saper fare" di paesi avanzati, come l'Italia. Se le riserve servono sempre più a estendere all'estero le loro catene produttive, i cinesi tendono anche a sostenere le loro imprese in ogni modo, a scapito della concorrenza.

Anche per l'Italia il problema della crescita reale è quello centrale, perché in un ritrovato slancio di espansione del reddito nazionale, mantenendo ferma la disciplina di bilancio, sta la chiave di volta per ridimensionare il peso del debito e riportare benessere nelle case degli italiani. Per arrivare a tanto senza dubbio occorrono aggiustamenti strutturali profondi, un capitale umano più preparato, una competitività nettamente superiore all'attuale, ma è anche necessaria una parità di condizioni nel competere con gli altri paesi e nell'investire all'estero. Qui le imprese italiane si confrontano con troppi ostacoli per accedere all'economia cinese ed operare sul suo mercato.

Allo stesso tempo hanno pagato un alto prezzo per l'avanzata dei prodotti cinesi, che si è riflessa in tagli produttivi e disoccupazione in diversi comparti merceologici in cui tradizionalmente l'Italia deteneva primati. Quindi ben venga una più intensa collaborazione con i produttori e gli investitori cinesi ma in condizioni di perfetta reciprocità, visto che l'obiettivo del benessere sociale urge a entrambi i paesi.

 

 

                                                                                          Claudio Scajola